I videogiochi dallo psicologo

Girovagando per Internet, mi sono imbattuto in questo breve articoletto che ha destato la mia curiosità: [link].

Parla di come nei videogiochi moderni, tra zombie, sparatorie, abilità sempre più difficili da ottenere, stia venendo fuori la figura paterna, o perlomeno una sua rappresentazione fedele.

In effetti, giocando una volta ogni tanto (di solito con qualche paziente) alla playstation, mi sono reso conto che dentro alle storie che fanno da cornice ai giochi elettronici esistono dei personaggi complessi, degni di fiducia, che scelgono di proteggere qualcuno ed esprimono sentimenti di affetto e legame. In pratica dei padri.

Spesso nello sviluppo della storia non sono i padri biologici ad avere questo ruolo, ma anche questo rispecchia la realtà…

Del resto, già nell’antica Roma per essere padre non bastava generare un figlio, bisognava riconoscerlo in una cerimonia pubblica.

In qualche modo, è quello che fa Joel, protagonista di The Last of Us, uno di quei giochi con cui mi sono dilettato, e che mi ha fatto notare alcune cose importanti, riprese anche dall’articolo citato prima.

Joel è un uomo, sulla cinquantina, che ha perso la figlia in maniera violenta vent’anni prima dell’epoca dei fatti narrati nel gioco.

Per una serie di ragioni, si trova a dover accompagnare Ellie, una ragazzina quattordicenne, attraverso un mondo devastato, sfigurato e disumano, in cui niente di ciò che abbiamo imparato a conoscere esiste più. Trama non proprio originalissima, ma anche un efficace metafora del passaggio in adolescenza, della responsabilità dell’adulto nei confronti di chi sta crescendo di aver cura e proteggere.

Nello svilupparsi delle vicende, ad un certo punto Joel vede in Ellie la persona di cui avere cura, non solo per necessità, ma per scelta consapevole e responsabile.

Decide così di lasciare la sua dimensione di vecchi affetti, della possibilità di un posto sicuro, di una famiglia ritrovata nel fratello, e parte (qui la scena); accompagna la ragazzina fino alla fine, fino a un sacrificio supremo che, per chi non è padre, è difficile da comprendere.

Secondo me riesce anche a superare il proprio trauma della perdita della figlia, senza sostituirla con Ellie (glielo dice chiaro e tondo, “io non sono tuo padre e tu non sei mia figlia”), ma dando nuova energia ai propri sentimenti di legame, attraverso la fiducia e la speranza.

Non scendo nei dettagli per non rivelare troppo, spoilerando, come dice chi di videogiochi ne sa, il finale del gioco.

Mi piace giocare a The Last Of Us con qualche paziente, alternando le fasi in cui i ragazzini mi insegnano quanto per loro sia naturale adoperare un manettino, ad altre in cui chiacchieriamo di come i protagonisti affrontano le sparatorie, le sfide con i mostri, le separazioni dalle persone a cui si vuol bene, le scelte difficili da affrontare per andare avanti e diventare grandi.

E mi rendo conto di come si impersonificano nei personaggi dei videogiochi, attribuendo loro qualità e difetti che appartengono più a loro che al personaggio stesso. Oppure che prendono in prestito delle qualità del personaggio e se le fanno loro.

Un esempio su tutti, un ragazzino piuttosto timido e bloccato nell’espressione delle emozioni che riesce a mostrare una dose di aggressività giocando ad un gioco di guerra. Ovviamente il lavoro di rielaborazione del sentimento aggressivo necessita poi di altro, ma lo stimolo iniziale del videogioco è potente e prezioso.

Chissà, magari l’uso dei videogiochi per gli psicologi e gli psicoterapeuti può essere un nuovo modo di interagire con i propri pazienti, un po’ come per i padri può essere uno stimolo per interrogarsi sul proprio ruolo, sulle richieste dei figli di protezione, cura e contenimento.

 


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